Solo acqua e aria fredda, raccolta in bacini e restituita al suolo con il disgelo: perché “artificiale” è la parola sbagliata
Ogni autunno, quando le temperature tardano a scendere e le montagne restano a guardare con il loro colore di roccia e di prato secco, qualcuno si chiede cosa ci sia nella neve che i cannoni sparano sulle piste appena il freddo lo consente. La risposta è più semplice di quanto si pensi, e anche più interessante: acqua, aria e freddo. Nient’altro. Per questo gli addetti ai lavori preferiscono parlare di neve programmata, o neve tecnica, e lasciano l’aggettivo “artificiale” a chi immagina qualcosa che in laboratorio non esiste.
Il principio è quello di una nuvola in miniatura. Il cannone mescola acqua e aria compressa e le spinge attraverso ugelli minuscoli, nei sistemi ad alta pressione con l’acqua portata tra i 20 e gli 80 bar. Le goccioline che ne escono sono microscopiche, congelano a contatto con l’aria fredda e diventano i nuclei attorno ai quali altra acqua nebulizzata si deposita, fino a formare il cristallo che cade al suolo. Non c’è alcuna aggiunta chimica al processo, lo conferma anche la pagina dedicata alla neve garantita di VisitTrentino. In passato, negli anni dei primi esperimenti, si provò a usare una proteina di origine batterica per far congelare le gocce a temperature meno rigide, ma la strada fu abbandonata e le fonti di settore ricordano che oggi ne è vietato l’uso.
A decidere se e quanta neve si può produrre sono temperatura, umidità e pressione, in un equilibrio che i tecnici leggono sugli strumenti più che sul termometro di casa. Conta la temperatura di bulbo umido, che è sempre più bassa di quella dell’aria e dipende dall’umidità: i cannoni di TechnoAlpin, per esempio, cominciano a produrre da -2,5 gradi di bulbo umido, e con un’umidità intorno al 20 per cento si può fare neve anche con tre gradi sopra lo zero sul termometro, perché l’aria secca raffredda le goccioline mentre evaporano. Con l’aria umida, invece, serve molto più freddo. È anche il motivo per cui gli impianti lavorano soprattutto di notte, quando le condizioni sono migliori. In media da un metro cubo d’acqua si ottengono da due a due metri e mezzo di neve, e per coprire un ettaro con trenta centimetri servono circa mille metri cubi d’acqua.
Quell’acqua, vale la pena dirlo, non esce dai rubinetti. Non è acqua potabile e non viene prelevata dalla rete: arriva da bacini di accumulo realizzati accanto alle aree sciistiche, riempiti nei periodi in cui l’acqua è più abbondante, con prelievi regolati da soglie fissate dalla Provincia di Trento. Il caso più recente in Val di Fassa è il bacino di Canazei, a 2.050 metri sul Belvedere-Col Rodella, ultimato nel 2024: centoventimila metri cubi che si riempiono in primavera con acqua di disgelo, di sorgenti e di pioggia, che altrimenti andrebbe dispersa, e che a giugno sono pieni. Con quella scorta si può innevare gran parte della ski area in poco meno di cento ore e coprire un terzo del fabbisogno già all’apertura della stagione. In estate lo stesso specchio d’acqua diventa un lago a due passi dal Sassolungo, con milleottocento piante messe a dimora e una funzione di riserva antincendio per la Protezione civile.
Per correttezza, il quadro nelle altre zone della valle è un po’ più articolato di “solo pioggia”. A San Pellegrino l’acqua arriva dal bacino idroelettrico di Cavia, ad Alpe Lusia viene pompata dal lago di Forte Buso, e i prelievi dai torrenti che alimentano l’Avisio sono consentiti solo entro il deflusso minimo vitale, cioè lasciando in alveo l’acqua che serve al corso d’acqua. Sono tutte acque meteoriche e di disgelo, ma raccolte e gestite, e non sottratte da qualche parte a nostra insaputa.
Resta la domanda che conta di più: dove va a finire quell’acqua? Con l’arrivo della primavera la neve sulle piste si scioglie e l’acqua torna nel terreno e nei torrenti, chiudendo un ciclo che era stato soltanto rinviato. Come dice un produttore di impianti, la neve programmata non consuma acqua, la usa. Il bilancio non è però perfetto: nello studio condotto sul comprensorio francese di La Plagne circa il 10 per cento dell’acqua si perde per evaporazione mentre le goccioline congelano, mentre l’istituto svizzero per lo studio della neve e delle valanghe di Davos parla di perdite per evaporazione e vento tra il 15 e il 40 per cento dell’acqua utilizzata. Quella parte non scompare, semplicemente risale in atmosfera e rientra nel ciclo naturale dell’acqua. Sul resto, lo studio di La Plagne stima che l’alterazione complessiva delle risorse idriche del territorio sia dell’ordine dell’1-2 per cento all’anno.
Questo non significa che la neve programmata sia priva di domande aperte, e raccontarlo fa parte dell’onestà del discorso. Il dibattito, però, non riguarda la chimica, ma altro: l’energia necessaria a produrla, i prelievi di novembre e dicembre che cadono in mesi di portate ridotte, i bacini che occupano suolo e vanno inseriti con cura nel paesaggio, e il fatto che la neve tecnica, più densa e compatta di quella naturale, tende a sciogliersi più tardi, fino a quattro settimane dopo nelle piste studiate a Davos. Sono questioni su cui lavorano gestori, enti di ricerca e associazioni ambientaliste, e sono quelle da guardare con attenzione, al posto del mito della neve “chimica”.
Nell’attesa del freddo vero, quando i cannoni ripartiranno sapremo almeno cosa sparano: acqua della montagna, trasformata in neve per qualche mese, in attesa di tornare a casa con il disgelo.
Fonti: VisitTrentino, Cos’è la neve garantita · Skiinfo, Innevamento programmato · GEO, Come viene prodotta la neve artificiale · TechnoAlpin, Snowmaking FAQs · SLF, Artificial snow · HESS, effetti idrologici di battitura e innevamento, 2023 · Vita Trentina, bacino di Canazei, 3 novembre 2024 · La Voce dell’Avisio, otto bacini per salvare la stagione, febbraio 2025 · il Dolomiti, L’AltraMontagna, dicembre 2024 e febbraio 2024


